martedì 25 luglio 2017

Vescovi e omosessualità: dove li avrebbe accompagnati don Benzi

(Articolo pubblicato su La Croce Quotidiano, del 26 luglio 2017)

Chissà perché, a sentire le prese di posizione di certi vescovi, viene sempre in mente la saggezza degli aforismi di Winston Churchill. Come quello per cui, quando si cerca di non scegliere tra la guerra e il disonore, di solito si finisce per ottenere sia l'una che l'altro. Sembrerebbe questo il caso che si sta profilando a Rimini, dove il comitato "beata Giovanna Scopelli", come già aveva fatto a Reggio Emilia, ha organizzato una processione pubblica di riparazione in occasione del Summer Pride del prossimo 29 luglio.
Questo comitato è un'associazione di fedeli composta principalmente da laici, e non si propone altri scopi che non siano quelli della preghiera pubblica, come nel nostro Paese è (per ora) garantito dalla Costituzione e dal Concordato. Mentre, per chi non lo sapesse - anche se hanno tolto la parola di tre lettere, per cercare di accattivarsi le simpatie dei tiepidi - il Summer Pride è la solita manifestazione di orgoglio omosessualista, che nella capitale del turismo romagnolo andrà in scena sabato prossimo con il patrocinio e i soldi della amministrazione comunale a guida Pd.
Ecco, come si poteva sospettare - anche se si sperava fino all'ultimo che non ci si sarebbe arrivati - il vescovo cittadino, monsignor Francesco Lambiasi, dopo aver tergiversato un attimo (pare che sulle prime abbia cercato di non farsi trovare con la scusa di essere in vacanza) se n'è uscito con una aperta presa di distanza dalla iniziativa di preghiera.
Per la verità, prima ha dato un salomonico buffetto al Pride, del quale ha criticato i modi ostentati, sostenendo che non sia questo il modo di fare. Infatti, il monsignore ha dichiarato apertamente che le sfilate gay "non aiuterebbero a affrontare in modo costruttivo la rivendicazione dei legittimi diritti delle persone omosessuali".
Ma per l'appunto, quali diritti? Monsignor Lambiasi questo non lo dice, ma in una certa misura lo lascia intendere. Evidentemente, per lui il fatto di manifestare in sfilata le proprie scelte omosessuali, se solo si evitassero le esibizioni di indecenza e magari anche l'irrisione della Chiesa cattolica e dei fedeli tutti, rappresenterebbe la legittima rivendicazione di diritti negati. Mentre al contrario, pregare in riparazione delle offese fatte a Dio, anche se viene ritenuto "una libera iniziativa da rispettare", non sarebbe un'altrettanto opportuna rivendicazione dei diritti del medesimo.
Lambiasi infatti ha continuato la sua dichiarazione con una aperta presa di distanza nei confronti degli oranti del gruppo "beata Giovanna Scopelli", sostenendo che "non può condividere il senso dell'iniziativa", in quanto con le preghiere di riparazione "si può produrre il triste effetto di far sentire le persone con tendenze omosessuali giudicate a priori e allontanate dalla comunità cristiana".
Dunque, par di capire, per monsignor Lambiasi il peccato impuro contro natura non grida più vendetta al cospetto dell'Altissimo. O forse, è comunque meglio non disturbarlo troppo con le grida di vendetta, visto mai che nostro Signore poi non le prenda sul serio.
Di conseguenza, anche se certe persone ritengono sia il caso di bestemmiare e di mostrare pubblicamente le terga in un tripudio di bandiere arcobaleno, al fine di rivendicare le proprie legittime tendenze, secondo il vescovo di Rimini non bisognerebbe farle sentire troppo a disagio. Tant'è che in conclusione Lambiasi ha ricordato che l'omosessualità "interpella le comunità cristiane e le sollecita a porre in atto concreti percorsi di fraterna accoglienza e di evangelico accompagnamento".
Volevamo ben dire che non spuntassero fuori l'accoglienza e l'accompagnamento, ma la domanda dei fedeli non solo riminesi, sempre più sgomenti, a questo punto è inevitabile: in concreto, dove dovrebbero essere "accompagnati" i manifestanti del Pride, che stanno per invadere la riviera con una iniziativa così poco amichevole per i cristiani, e comunque apertamente contraria a qualsiasi criterio di discrezione? Li si dovrebbe invitare a mangiare insieme una piadina e un buon bicchiere di Sangiovese? O forse quando si parla di "accoglienza" si intende qualcosa di più, visto che non si capisce fino in fondo cosa i gay militanti vogliano a loro volta farci accogliere, e soprattutto dove, specie se con la complicità del Sangiovese?
Ce lo chiediamo anche noi. Perché in effetti, se l'accompagnamento di cui tanto parlano i vescovi alla Lambiasi fosse in direzione della presa di coscienza della propria condizione, e quindi della inaccettabilità di manifestazioni pubbliche che rivendichino con tanta sfrontatezza la positività delle condotte omosessuali, allora ne potremmo anche discutere. Fermo restando che, anche in questo caso, non si capirebbe per quale motivo la preghiera di riparazione, nella quale si chiede a Dio il perdono e non certo la condanna - visto che il primo va comunque richiesto e la seconda sicuramente c'è già stata - dovrebbe considerarsi inopportuna.
In ogni caso è bello ricordare al salomonico monsignor Lambiasi quello che è avvenuto proprio nella sua diocesi, dove operò per tutta la vita Don Oreste Benzi, fondatore della comunità Giovanni XXIII. Sì, proprio lui, l'indimenticato prete di strada che Benedetto XVI definì alla sua morte come un "apostolo della carità a favore degli ultimi e degli indifesi, capace di farsi carico di tanti gravi problemi sociali che affliggono il mondo contemporaneo".
Il funerale di don Benzi è stato celebrato proprio da monsignor Lambiasi al palazzo dei congressi di Rimini, per consentire l'immane afflusso di folla, e dunque il salomonico vescovo non può essersene già dimenticato. Per Don Oreste, nel 2014, è pure stata avviata dallo stesso Lambiasi la causa di beatificazione, che a questo punto temiamo possa essere finita nel dimenticatoio, visto che il nostro sapeva fin troppo bene dove "accompagnare" i peccatori.
Don Benzi infatti andava dritto al punto, senza compromessi né accompagnamenti ambigui, quando si trattava di strappare dal vizio le persone o di pregare in riparazione delle offese fatte a Dio. La sua comunità proponeva leggi contro i clienti delle prostitute, mentre Don Oreste ce lo ricordiamo tutti, quando si presentava in prima persona nelle discoteche tra i giovani, così come nelle piazze dove manifestavano i senza tetto, e soprattutto sui marciapiedi e nelle piazzole della strada statale, a offrire aiuto e rifugio alle giovani lucciole straniere che infestavano il riminese.
Riguardo al valore della preghiera di riparazione, fu proprio Don Benzi a inaugurare la consuetudine di pregare pubblicamente davanti alle cliniche dove venivano praticati gli aborti. Un'attività che è stata continuata dei suoi successori della comunità Giovanni XXIII, spesso tra gli insulti e le aggressioni. Non ultima, sempre nel 2014, anche quella dell'ineffabile monsignor Galantino, attuale segretario CEI e quindi portabandiera dei vescovi accompagnatori alla Lambiasi.
Ciò in quanto, come ricorderanno i meno distratti, il segretario CEI si è sentito in dovere di criticare l'iniziativa delle comunità come quelle di Don Benzi, affermando apertamente che lui "non si identifica con i volti inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche". In quella triste occasione Galantino esortò nel contempo la Chiesa italiana "ad imparare a parlare di qualsiasi argomento, di preti sposati, di eucaristia ai divorziati, e di omosessualità senza tabù".
Un bel programmino, che a tre anni di distanza non si può dire che non abbia fatto progressi. E comunque ne ha appena fatto uno grazie al salomonico Lambiasi, proprio sulle sponde romagnole dell'Adriatico. Dunque, i fedeli riminesi siano avvisati del contrordine. Già si erano sentiti dire che i seguaci del loro Don Benzi avrebbero visi inespressivi, e quindi non avrebbero niente di buono da dire nemmeno quando sgranano il rosario. Ora invece hanno imparato dal loro stesso vescovo che gli sculettanti esibizionisti del Pride sarebbero da accompagnare senza tabù nella rivendicazione dei loro "legittimi diritti".
E allora per quel che che vale, prendiamoli alla lettera questi presuli accompagnatori, e mandiamoci loro alla testa dei cortei che desiderano accompagnare. Non si sa dove vogliano davvero andare assieme agli omosessualisti, ed è forte il sospetto che a loro basti averceli alle spalle (per poterli condurre chissà dove, non pensate male). Ma almeno che lascino in pace i fedeli delle diocesi e le loro associazioni. Se proprio non va più di moda pregare in riparazione del peccato, almeno che i cattolici non vengano costretti a intrupparsi con chi ne rivendica le ragioni. Altrimenti, come appunto diceva Churchill, non è che a non voler mai fare la guerra si riesca poi sempre a evitare il disonore.

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