lunedì 31 luglio 2017

Il bisogno dei cattolici di contarsi

(Articolo pubblicato su La Croce Quotidiano, del 31 luglio 2017)

Una Chiesa che finalmente «ritorna all'uomo». È la sintesi del programma annunciato dal cardinale Gualtiero Bassetti, nuovo presidente della CEI, in un'intervista a Repubblica riguardo alla sua visione del presente e del futuro della Chiesa italiana. Ci dispiace dover dire «finalmente», perché non avremmo mai voluto doverci confrontare con una Chiesa che, per dirla con le parole che furono di Thomas Stearns Elliot, a volte è sembrata avere abbandonato lei l'umanità, piuttosto che averne subito l'abbandono.
Per questo dobbiamo subito dire che, se veramente il cardinale Bassetti riuscirà a trasformare quello che ha preannunciato a Repubblica in un autentico programma operativo per la vita della CEI, si tratterà di una grande impresa. Non ci illudiamo, ma noi laici di ispirazione cristiana, impegnati sotto un'unica insegna nella difficile vita politica italiana da nemmeno un anno e mezzo, di questa impresa sentiamo più che mai il bisogno.
Il quotidiano di Scalfari si è affannato a chiedere al nuovo capo della CEI se sia finalmente finita la stagione dei vescovi che si inseriscono da protagonisti nella politica italiana. Ma il cardinale Bassetti ha deluso i laicisti, quanto meno rispetto a ciò che probabilmente si sarebbero aspettati. La prospettiva sembra infatti quella di un ritorno all'unità di pensiero e di predicazione, nella quale l'autonomia dei laici rispetto alle gerarchie ecclesiastiche non sarà più sinonimo di abbandono e mancanza di punti di riferimento certi e unitari.
A scanso di equivoci, diciamo subito che i «vescovi pilota» sono quanto di meno noi del PdF oggi possiamo desiderare, e quindi le parole del nuovo presidente suonano come un balsamo. Specialmente dopo i lunghi mesi, ormai anni, nei quali da parte delle voci ufficiali della CEI se ne sono sentite di tutti i colori. Non si può infatti nascondere lo sgomento provato nel leggere le recenti conversioni di Avvenire riguardo alla «accoglienza» delle famiglie omogenitoriali, oppure alla «condivisione» di certe scelte ipocrite del governo, o infine al «discernimento» sui divorziati risposati e sulle coppie di fatto. Né tantomeno possiamo superare lo sconcerto indotto da certe uscite dei monsignori Galantino o Paglia, sempre a debita distanza rispetto ai valori non negoziabili che invece avrebbero avuto bisogno soprattutto in questo periodo del preannunciato «ritorno all'uomo». Per non parlare, infine, di quella «deriva dell'accoglienza» nei confronti del fenomeno migratorio, che ha fatto sentire i fedeli cattolici italiani, specie quelli dei ceti più impoveriti, sempre più disorientati e trascurati.
Diciamo la verità, oggi la Chiesa italiana sembra soffrire più che mai di clericalismo. È la risultante dei tanti cambiamenti che si sono avviati negli ultimi anni, non ultima la crisi dei movimenti di ispirazione cristiana, che indubbiamente sapevano innervare la società con una presenza autonoma che non aveva bisogno di pilotaggi da parte delle sacrestie. Come giustamente detto da Luigi Amicone (uno che se ne intende), una volta questi movimenti sono stati definiti da Giovanni Paolo II come «coessenziali» alla vita della Chiesa, ma con la loro crisi metà della coessenzialità è venuta a mancare.
Purtroppo, la conseguenza è stata il ritorno in auge delle pretese, della petulanza e pure dell'odore di polverosa sacrestia di certi intellettuali organici a questa o quella cordata clericale. Soggetti che non si fanno problemi nel dare il nome ufficiale di cattolico, senza distinzioni, alla loro autoreferenzialItà peraltro spesso ben retribuita. Basti pensare alla prosopopea di un Alberto Melloni, punto di riferimento di un progressismo cattolico che fa incetta di contributi pubblici, o alla sicumera di un Andrea Riccardi, che si è permesso di giudicare come una sconfitta dei cattolici tutti - quasi che fosse stato lui lo stratega - lo stop parlamentare allo ius soli. Cioè, a quel disegno di legge che in realtà buona parte dei credenti del bel paese vedeva come il fumo negli occhi.
Per tali motivi si sentiva il bisogno di un programma come quello anticipato dal cardinale Bassetti. Il neopresidente della CEI sembra volerci dire che la Chiesa italiana per prima cosa ha bisogno di recuperare coerenza. Perché, come ha dichiarato giustamente lo stesso Bassetti, «non si può difendere la vita nascente e poi sviluppare un sentimento xenofobico verso gli stranieri, ma nemmeno sbracciarsi per i migranti e poi promuovere l'utero in affitto». Parole che ci giungono come un incoraggiamento, specialmente se porranno fine a una stagione nelle quale i vescovi italiani sono stati palesemente sbilanciati nel farsi paladini delle questioni sociali da un lato, mentre dall'altro mettevano volutamente la sordina alla questione antropologica.
Bassetti ha parlato di un «corto circuito destra-sinistra che non permette di capire che al centro di tutti questi temi, della bioetica così come delle migrazioni, rimane sempre l'uomo». E vi rimane con la sua dignità incalpestabile e inalienabile, per cui, come affermato con forza dallo stesso cardinale Bassetti, «bisogna difendere sempre la cultura della vita».
Ecco, noi del Popolo della Famiglia non potevamo aspettarci nulla di meglio di queste parole. Ci sia concesso di dire che, di fronte alla CEI per come oggi era diventata, con il modo confuso, disordinato e diremmo quasi anarchico, con il quale ha salutato la fine dell'epoca Ruini, le parole del nuovo presidente devono essere intese come rivolte soprattutto alla compagine dei vescovi.
Bassetti ha chiesto ai confratelli «maggiore collegialità», ma questa avrà bisogno di una guida limpida che sappia condurre tutti a parlare con una voce sola, almeno sui temi che hanno al centro le grandi questioni, che non sono prioritariamente quelle della politica o dell'economia. Quindi speriamo di non dover più sentire esternazioni assurde, come quelle alle quali siamo stati abituati in questi ultimi tempi, non soltanto da parte del quotidiano dei vescovi, ma anche di semplici preti «fuori controllo» rispetto ai loro ordinari, silenziosi fino alla connivenza, così come dei citati intellettuali organici alla propria sacrestia, così come di altri autorevoli esponenti della gerarchia episcopale nazionale.
Se si tratta di difendere la cultura della vita, il compito spetta soprattutto a noi laici, ma non possiamo non provare sgomento quando ci sentiamo contraddetti da prese di posizione come quelle del segretario Galantino o di altri vescovi - pensiamo da ultimo a monsignor Lambiasi di Rimini - che prendono le distanze da coloro che pregano per difendere la morale in materia familiare.
Così come non possiamo più accettare che alcuni vescovi abbiano trasformato il discorso dell'accoglienza e dell'accompagnamento in una specie di inganno linguistico in favore dell'immigrazione indiscriminata, o anche per potersi non schierare, pilatescamente, tra chi difende la vita e la famiglia e chi invece sta attivamente cercando di distruggerne la cultura.
Bassetti giustamente ha dichiarato a Repubblica che «i cattolici hanno fatto politica in modi diversi e non solo attraverso la Dc» e che «le politiche variano a seconda dei periodi storici». Accogliamo con favore anche questo discorso, perché il nuovo presidente CEI si è detto consapevole dell'epoca in cui viviamo, e del fatto che, come ha subito aggiunto, «tra molti cattolici si percepisce il bisogno, e a volte l'aspettativa di una nuova rappresentanza del mondo cattolico».
Bene, sentircelo dire da una fonte così autorevole ci fa pensare che sia stato finalmente compreso lo sforzo che il Popolo della Famiglia ha compiuto in quest'ultimo anno e mezzo. Non possiamo aspettarci che sia il preludio di un endorsement, e anzi nemmeno lo vorremmo proprio per comprensione del periodo storico che stiamo attraversando. Speriamo solo che i soliti intellettuali clericali, topi nel formaggio della loro sacrestia o del loro centro studi, non si stiano a loro volta aspettando il contrario. Cosi come ci auguriamo che non si sentano a loro volta ringalluzziti i vecchi arnesi postdemocristiani, che in vista delle elezioni stanno cercando di ricollocarsi in un nuovo centrismo.
Ma a parte questo, auspichiamo comunque e con forza che questa del cardinale Bassetti possa essere la dichiarazione che sancisce la fine ufficiale del "fuoco amico" del quale finora siamo stati fatti bersaglio, da parte di tutti i livelli delle gerarchie ecclesiastiche. È inaccettabile che finora il Popolo della Famiglia abbia ricevuto una fraterna accoglienza in molti luoghi dove si cerca di fare promozione umana, comprese le chiese e le sale riunioni di altre confessioni cristiane, ma da parte di molte parrocchie ed episcopati ci siano state sbattute le porte in faccia senza troppi riguardi.
È assurdo che ci siano vescovi che a noi del PdF non vogliono neanche riceverci, ma poi rilasciano pubbliche dichiarazioni addirittura dal pulpito, su quanto sono favorevoli all'apertura di tavoli di confronto con le amministrazioni di sinistra sui temi della famiglia. Soprattutto, in quanto si tratta degli stessi enti pubblici che, nel silenzio delle chiese locali, sponsorizzano con i nostri soldi i Gay Pride e non destinano nemmeno un euro dei loro bilanci alla promozione della famiglia. Non è così che si può pensare di essere credibili quando si dice di voler tornare allo sviluppo di un umanesimo integrale alla Maritain.
Il cardinale Bassetti ha detto a Repubblica che ci sarebbe «un equivoco riguardo alla visibilità della Chiesa», perché la stessa è ancora viva e radicata sul territorio. Comprenderà dunque il nuovo presidente CEI che questo radicamento e questa visibilità non si possono negare, ma negli ultimi anni sono diventati troppo spesso fonte di disorientamento, anziché di conforto, per i fedeli cattolici più sensibili alle sfide della società di oggi.
Questi si sentono sempre più abbandonati, quando si tratta di far sentire laicamente, e in modo pluralista, la voce di una cultura integralmente in difesa della vita, della persona umana e della famiglia, senza deflettere di un millimetro dall'integralità di questa cultura cristiana, e dunque senza autorizzare scissioni o fratture tra l'uno e l'altro aspetto della dottrina della Chiesa.
Chiediamo che non ci possano più essere equivoci, di conseguenza, nemmeno rispetto alla dottrina sociale che più direttamente affronta, alla ricerca del bene comune, i grandi temi della politica. Perché, non nascondiamoci dietro a un dito, quello che finora si è sentito e si è posto in opera da parte di tante presenze sociali della Chiesa italiana è stato a dir poco deludente.
Occorre pertanto che questa dichiarazione d'intenti del cardinale Bassetti possa rappresentare l'avvio di una nuova stagione. In essa, assieme alla cultura dell'umanesimo integrale, la Chiesa italiana dovrà recuperare quella della difesa dei valori non negoziabili, e della promozione del bene comune e dei diritti della persona e della famiglia. Senza cercare di mettere cappello sulle presenze autonome e vive del laicato, e quindi senza nemmeno far figli e figliastri quando si tratti di favorire la «visibilità» degli uni o degli altri.
Noi dal canto nostro continueremo a fare la nostra parte, da laici consapevoli e autonomi, senza aspettarci alcun pilotaggio da parte dei vescovi. Anzi, visto che certe cose non cambieranno dall'oggi al domani, cercheremo di evitare in tutti i modi di apparire eterodiretti. Ma non siamo più disposti a tollerare questo fuoco amico che danneggia la presenza della Chiesa nella società, ancor più di quanto non danneggi il nostro sforzo. Con il cardinale Bassetti sembra che ci intenderemo, nella speranza che lo stesso non rimarrà silente nei confronti di tanti suoi confratelli, e di tanti collaboratori, specie nel mondo della comunicazione, che finora hanno solo gettato moltitudini di fedeli cattolici - e non certo i soli pochi incorreggibili tradizionalisti - nell'incertezza se non nello sconforto.

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