lunedì 17 luglio 2017

Chiesa e politica, siamo a un bivio

(Articolo pubblicato su La Croce Quotidiano, del 18 luglio 2017)

Siamo a un bivio. L'articolo di padre Spadaro e del pastore Figueroa per Civiltà Cattolica segna simbolicamente un punto fermo nel rapporto tra questo pontificato e la politica. A proposito di costruire ponti e non muri, è stata infatti operata una scelta di campo molto netta che lascerà il segno. Da una parte il conservatorismo di impronta nordamericana, con la sua idea della lotta del bene contro il male, che vede i valori occidentali e cristiani dalla parte giusta. Dall'altra, il pensiero progressista e egualitario della "nuova chiesa" di Francesco, schierato dalla parte del compromesso sempre e comunque con chi preme ai confini di quell'Occidente che pure disprezza come coloniale e corrotto.
È stato un tentativo goffo e velleitario quello dei gesuiti di Civiltà Cattolica, probabilmente finalizzato a un attacco contingente alla politica di Donald Trump e forse anche all'episcopato statunitense. Esso però ha un valore generale, riguardo al decisivo tema del rapporto tra fede cristiana e politica. Come sempre in questi casi, la prima cosa che viene spontanea al cattolico è cercare di tenere fuori il pontefice della disputa. Ma abbiamo detto il pontefice, non Papa Francesco, perché è l'istituzione che in questi casi va preservata. Di fronte a un attacco così evidentemente partigiano, non si può non ripensare a quante volte, nell'età postmoderna, dal soglio di Pietro si sia lanciato l'allarme proprio riguardo a questo tentativo di confondere le acque andando incontro al mondo con le sue contraddizioni, negando così al pensiero cattolico il diritto di tracciare un discrimine netto tra ciò che nella società è bene e ciò che è male.
Iniziò Paolo VI parlando di fumo di Satana nel tempio di Dio. E dopo la grande rivincita sulle deviazioni postconciliari operata dal pontificato di Giovanni Paolo II, che con la Veritatis Splendor restituì forza e autonomia al pensiero cristiano, ci aveva pensato l'attuale Papa emerito, consapevole del dramma che sta vivendo nel nostro tempo il rapporto tra fede e ragione, a rilanciare l'allarme già nella messa "pro eligendo romano pontifice" che anticipò la sua stessa elezione. In quella occasione Ratzinger indicò come la piccola barca del pensiero cristiano apparisse sempre in pericolo di affondare, sballottata qua e là dai venti delle moderne dottrine, benché fosse destinata a non inabissarsi mai.
E allora, per riprendere il controllo del timone, è urgente ripensare in maniera coerente al rapporto tra l'azione politica e l'ispirazione cristiana. È un punto fondamentale anche per noi del Popolo della Famiglia, che veniamo spesso accusati da una parte di essere un partito confessionale, e dall'altra di esserlo troppo poco in quanto non in linea con gli ultimi orientamenti che sembrano dominare nella Chiesa. Nel momento in cui per i cristiani fare politica sembra essere diventata quasi una colpa, occorre rilanciare il concetto dell'unità di vita, di fede e di pensiero che deve essere alla base del nostro operare. Un'ispirazione che non può mai mancare nell'attività politica di un cristiano, ma nel contempo non deve mai scadere nel confessionalismo. Per questo, nel momento in cui sembra prevalere una certa irrazionalità, secondo la quale il politico cristiano dovrebbe ispirarsi a un astratto umanitarismo, dobbiamo rilanciare la profonda unità tra fede e ragione come fondamento della nostra azione politica nel mondo occidentale.
Si tratta di un'unità messa in discussione dai sostenitori di un egualitarismo semplicistico e buonista sui temi cruciali del nostro tempo, come quelli dell'immigrazione e della crisi economica e sociale che stanno generando sempre nuove povertà nella nostra società così disorientata. L'ecumenismo dell'odio di cui hanno parlato Spadaro e Figueroa semplicemente non esiste. È possibile tuttavia ricostruire un ecumenismo della ragione, che unisca i cristiani con coloro che hanno a cuore i fondamenti della nostra civiltà, e rifiutano il pensiero debole di coloro che, con la scusa dell'integrazione e dell'accompagnamento, vogliono condurre la grande civiltà europea fuori da se stessa.
È un discorso, quest'ultimo, che cerca di gettare ponti solo in direzione di coloro che stanno fuori dal l'occidente e lo odiano. Ad essi Spadaro e Figueroa strizzano l'occhio, riproponendo la solita litania dell'islamofobia e delle culture altre che sarebbero oppresse dalla presunta arroganza suprematista. Bene, la nostra risposta in direzione ostinata e contraria, come avrebbe detto De Andrè, non ha bisogno di andare troppo lontano. Basta recuperare la lezione del Papa emerito, che nel suo discorso al Bundestag del 2011 seppe comprendere dove sia il bandolo della matassa. Per un movimento come il nostro, di laici di ispirazione cristiana che si muovono nella politica in unità di vita, occorre ritrovare, assieme a un corretto rapporto tra ragione e fede, anche una piena armonia tra impegno politico e senso della giustizia.
"Come si riconosce ciò che è giusto?", chiese appunto Papa Ratzinger al Bundestag. "Nella storia, gli ordinamenti giuridici sono stati quasi sempre motivati in modo religioso: sulla base di un riferimento alla divinità si decide ciò che tra gli uomini è giusto". Tuttavia, precisò Benedetto XVI, "contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo stato e alla società un diritto rivelato, né un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto, e ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio".
Dunque, un ammonimento da riscoprire per chi si applica da cristiano al miglioramento della società, specie di fronte a quei buonismi che vorrebbero ridurre tutto a interpretazioni sentimentali e semplicistiche di qualche passo del Vangelo, purché sembrino adattarsi al presente della politica. Di buonisti ve ne sono anche tra gli evangelici all'americana, ma molti di più tra i sostenitori dell'approccio "pastorale" che non affronta mai la questione della verità. È necessario dunque tornare alle fonti della civiltà cristiana, che si sono fatte creatrici di legge perché hanno saputo individuare nel diritto naturale la razionalità del bene. E tramite esso hanno costruito buona politica.
Una politica fondata sulla ragione che ha costruito l'idea occidentale dello stato di diritto, e senza abboccare alla scusa del "suprematismo" rifiuta quella sorta di odio di sé che caratterizza tanta parte del pensiero contemporaneo. Di questo odio ha parlato lo stesso papa Ratzinger, ed ovviamente si è cosa ben diversa, anzi opposta, a quella di cui hanno parlato Spadaro e Figueroa.
Anzi, pur senza fare vittimismi, si tratta esattamente di quell'odio che noi del Popolo della Famiglia incontriamo ogni giorno a fronte del nostro tentativo di riportare rispetto per i diritti di Dio, e dunque dell'uomo, nella nostra società che mai come oggi sembra avere smarrito la bussola. È il fuoco amico che finora abbiamo dovuto sperimentare e ormai abbiamo imparato a affrontare. Esso si nutre proprio dell'ipocrisia buonista e sentimentale che alimenta gli sragionamenti gesuiti, e porta tanti bravi cristiani a perdere il senso dell'inconciliabilità tra bene e male, e quindi della necessità di affrontare le sfide odierne con idee chiare, spirito militante e soprattutto consapevolezza della posta in gioco.

Nessun commento:

Posta un commento