lunedì 25 gennaio 2016

Solo il divorzio gay svelerà tutte le menzogne sul ddl Cirinnà

E se cominciassimo a pensare anche al divorzio gay? Nonostante il dibattito in corso sul disegno di legge Cirinnà, dello scioglimento delle “unioni civili” non si parla quasi mai. L’argomento, che di per sé è spiacevole, in questo caso sembra essere pure inopportuno.
Del resto, quando l’amore reclama solo diritti, si fa assai presto a scordare i doveri. Eppure, l’esperienza di milioni di coniugi separati insegna che, quando una coppia si divide, c’è sempre un conto assai salato che qualcuno finisce per dover pagare.
Gli italiani ormai conoscono bene le sofferenze e le ingiustizie che si verificano in occasione del naufragio di un matrimonio. Anche per questo motivo, probabilmente, le coppie eterosessuali si sposano sempre di meno, e l’Istat certifica che il “tasso di nuzialità” nel nostro paese è in caduta verticale.
Tuttavia il disegno di legge in esame, secondo lo spirito del tempo, non ci fa troppo caso. Tanto che, nella festa dei “nuovi diritti” che stanno per essere riconosciuti, la fine dell’amore sembra essere solo una formalità.
Ovviamente, se fossero sopraggiunti figli naturali o adottivi, i loro diritti saranno tutelati come già avviene per le unioni di fatto, vista la parificazione ai figli nati nel matrimonio. Detto così, sembrerebbe tutto semplice.
Ma ci sarà da ridere – detto con ironia – quando si dovesse discutere dell’affidamento dei figli di una coppia omosessuale che avesse praticato il sospirato diritto alla stepchild adoption. Infatti, a quel punto verrebbe finalmente alla luce la menzogna che stanno cercando di propinarci, e sarà chiarissimo che questo tipo di adozioni non è mai in funzione del diritto dei bambini ad avere i genitori. Bensì, semmai, il contrario.
Provate, anche voi che non siete esperti del settore, a immaginarvi cosa potrà accadere. Il genitore naturale che, dopo la rottura dell’unione civile, volesse escludere l’ex partner dalla vita del figlio – come del resto avviene molto spesso tra le coppie eterosessuali sposate e non, ed è alla base della disperazione di legioni di padri separati – in caso di stepchild adoption omosessuale avrà ottime ragioni per farlo.
Infatti, non essendoci la differenza sessuale a giustificare la prosecuzione del rapporto genitoriale, potrà a buon titolo sostenere che l’unico legame del proprio figlio con il genitore adottivo era l’intesa affettiva che esisteva tra i partner. E che quindi non c’è motivo di fare sopravvivere il predetto legame alla fine della relazione.
Insomma, è verosimile che di fronte a un divorzio gay, una volta esaurite le ragioni dell’amore, le ragioni del sangue torneranno prepotentemente a fare sentire la loro voce.
Anzi, da questo punto di vista il genitore naturale avrà ottimi motivi per voler sostituire l’ex partner con un eventuale nuovo compagno o compagna. Perché, essendo per l'appunto innegabile che l'unico legame col bambino del genitore adottivo nasceva dalla relazione con il genitore naturale, proprio non si vede perché i nuovi partner di quest'ultimo dovrebbero avere meno diritti del genitore adottivo precedente.
Allo stesso modo, l’omosessuale che dopo la rottura dell’unione civile volesse disinteressarsi del figlioccio, potrà a sua volta dire – come d’altronde avviene da secoli, da parte dei padri naturali incastrati da maternità non volute – che non c’è motivo per costringerlo a continuare a fare il genitore, una volta che è venuta meno la sua storia d’amore.
In caso di maternità o paternità surrogata, potrà anche raccontare al giudice – e per quel può valere, nonostante lo sgomento verrebbe pure voglia di dargli ragione – che essendo omosessuale ma non sterile, avrebbe anche potuto decidere di essere lui a prestare il seme o l’utero, invece di accettare che fosse l’altro a fare il genitore naturale. Dunque non si vede perché lo si debba penalizzare, costringendolo a continuare a mantenere un figlio non suo, o al contrario impedendogli di continuare a avere rapporti col bambino che aveva "scelto" come figlio adottivo, rinunciando di prestare il proprio seme o utero per essere lui il genitore naturale.
Comunque vada, sarà una bella gatta da pelare per i magistrati che dovranno decidere sull’affidamento, e cioè su chi dovrà continuare a convivere con il bambino. Anche perché in questi casi – a differenza di quel che avviene per le coppie eterosessuali, dove le ragioni del sangue reclamano per entrambi la loro parte - gli esperti non potranno adottare, almeno nel caso di coppie omosessuali maschili, il criterio per il quale la madre è sempre il genitore preferibile per il "collocamento" dei figli più in tenera età.
E a proposito di soldi, prima o poi sorgerà anche la questione dell’eventuale diritto al mantenimento del partner che si dovesse vedere, come potrà ben capitare anche tra omosessuali, abbandonato e messo fuori di casa. Come le coppie coniugate, infatti, i doveri reciproci non finiscono certo con la separazione. Tuttora, secondo la giurisprudenza costante, il coniuge separato che guadagna di più deve garantire all’altro lo stesso tenore di vita del quale la famiglia godeva in costanza di matrimonio. Soprattutto se l’altro coniuge non lavorava, o si accontentava di lavori meno redditizi per meglio dedicarsi alla casa e ai figli.
Anche dopo il definitivo scioglimento del matrimonio, sussistono doveri di solidarietà per i quali il coniuge più debole ha diritto a un assegno di divorzio. E non si tratta necessariamente di due spiccioli, perché anche questo assegno viene parametrato sul tenore di vita del quale il coniuge più debole godeva durante la vita in comune.
E’ proprio questo il meccanismo che consente i divorzi milionari delle mogli dei vip. Oltretutto, ancor oggi in Italia una moglie in attesa di divorziare non può rinunciare preventivamente a detto assegno. Nemmeno se vuol fare un bel gesto e non passare per mantenuta.
Infatti, nel nostro ordinamento si presume ancora che il coniuge più debole economicamente – eufemismo con il quale non si nomina la moglie – sia anche più debole psicologicamente, e quindi non possa disporre da solo dei suoi diritti senza la mediazione di un giudice.
Probabilmente, a tutte queste cose le coppie dello stesso sesso non pensano nemmeno. Troppo forte la loro fregola di poter venire finalmente parificati nei “diritti”, senza doversi assumere dei correlativi doveri verso il partner.
Le coppie eterosessuali invece ci pensano eccome, a giudicare dalla fuga dal matrimonio che è in atto da diversi anni. Queste sembrano avere ben presenti le difficoltà e i tracolli economici che devono affrontare coloro che si erano sposati. Pertanto, sempre più spesso, si guardano bene dal convolare a giuste nozze e si trovano più a loro agio nelle semplici convivenze.
Si dirà che, essendo cambiati i tempi, i conviventi – specialmente le donne, non più sottomesse e psicologicamente fragili – hanno già nel diritto civile tutti gli strumenti per difendere i propri interessi in modo paritario. Senza bisogno di un giudice che si intrometta. Ed è verissimo, anche se non lo si può dire troppo a voce alta.
Perché questa verità è anche un'ulteriore dimostrazione che la storia dei “diritti negati” alle coppie omosessuali che non possono sposarsi, è una bufala gigantesca.
D’altronde – come ho avuto modo di ricordare già in altre occasioni – i fatti stanno sempre più dimostrando che, per le coppie eterosessuali, si è avverata la profezia del beato Antonio Rosmini, filosofo e giurista cattolico, che già nel 1852 aveva previsto tutto.
Nel commentare le riforme costituzionali del 1848, dopo le quali si stava progressivamente introducendo negli stati preunitari italiani il matrimonio civile, Rosmini aveva infatti pronosticato che, togliendovi ogni riferimento alla religione, l’istituto nuziale prima o poi avrebbe finito per ridursi “a una realtà povera, labile, in balia delle passioni del momento”. Lungo questa strada, concluse espressamente il beato, sarebbe venuto un giorno in cui la gente si sarebbe chiesta “ma c’è qualche ragione per sposarsi? Non è meglio convivere e basta?”.
Rosmini non poteva certo immaginare che, a distanza di più di un secolo e mezzo, dopo il riferimento alla religione al matrimonio sarebbe stata pure tolta non solo l’indissolubilità, ma anche la piena reciprocità dei doveri.
Tuttavia, nella nostra epoca di individualismo sfrenato, la realtà si è già incaricata di dirci che un matrimonio dove i diritti non trovano un adeguato corrispettivo nei doveri, alle persone comuni interessa sempre meno.
Quindi è facile ipotizzare che, se passerà il disegno di legge Cirinnà, saranno le coppie eterosessuali – semmai ne sentiranno il bisogno – a ricorrervi più facilmente di quelle gay. Questo per ottenere pochi diritti in più, che non sono mai reciproci verso il partner – per non dover incorrere nei rispettivi obblighi – ma almeno garantiscono qualche vantaggio confronti del welfare state. Tipo le pensioni di reversibilità o i punteggi in più nelle graduatorie per gli asili nido e le case popolari.
Sarà dunque una sfida in più anche per la Chiesa, che già sta assistendo al crollo verticale dei matrimoni religiosi. Solo vent’anni fa in Italia i matrimoni concordatari erano ancora l’ottanta per cento, e oggi si avviano a essere una minoranza. Benché l’Istat abbia da poco certificato che i matrimoni religiosi sono, quanto alla durata, sensibilmente più solidi di quelli con rito civile.
Pertanto, forse è il caso che, di fronte alla definitiva distruzione giuridica del matrimonio che il disegno di legge Cirinnà sta per sancire, la Chiesa italiana cominci a pensare a rivedere le norme concordatarie.
Sono infatti in crescita i fedeli che, pur desiderando sposarsi di fronte a Dio, si sentono sempre meno attratti dal matrimonio statale. Molti di questi infatti scelgono di non sposarsi per non incorrere nella disciplina statale, riservando alla dimensione religiosa il loro desiderio di vivere nel matrimonio. Anche loro, molto più delle coppie dello stesso sesso, meriterebbero una risposta.
Il beato Rosmini c’era già arrivato ancor prima che Garibaldi sbarcasse a Marsala, dunque sarebbe almeno il caso di cominciare a pensarci.

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