martedì 16 giugno 2015

Divorzio breve, conquista di inciviltà

Pubblicato su "Avvenire", 24 aprile 2015

Ancora una volta si è fatto finta di non vedere. Il divorzio breve appena approvato dal Parlamento è solo l’ultimo tassello di un processo di disgregazione della famiglia, che nel nostro Paese è in atto da ormai quarant’anni. Le cause del fenomeno sono tutte nel divorzio facile e incondizionato, che ha alla base la cosiddetta “cultura dei diritti”. Un modo di pensare diffuso, che tuttavia guarda solo alle ragioni – e soprattutto ai desideri – dell’individuo adulto, e non tiene conto delle esigenze degli altri componenti della famiglia, in primo luogo dei figli.

In Italia non si riesce a avviare su questo problema un dibattito veramente informato e consapevole. Eppure, questa pretesa “cultura del divorzio” ha già arrecato, e continuerà a arrecare al nostro Paese per chissà quanti altri anni, costi economici enormi. Per non parlare dei costi esistenziali, derivanti dall’aumento dei malesseri e dei disagi psicologici che colpiscono le decine di migliaia di persone che ogni anno vengano interessate da nuove separazioni o divorzi. Si tratta di costi indiretti che alla lunga si traducono anch’essi in un disastro economico, visto che il divorzio facile è un potente generatore di impoverimento, ma anche di devianza sociale.

Sono tanto enormi quanto poco conosciuti, infatti, i malesseri psicologici conseguenti alla disgregazione familiare che da anni, in misura sempre crescente, colpiscono l’intera società. Violenze domestiche, suicidi, depressione, alcolismo, disoccupazione e perdita del valore del lavoro, abbandoni scolastici, emarginazione, criminalità giovanile, fallimenti individuali e collettivi. Sono tutti fattori che, direttamente o indirettamente, hanno il divorzio facile proprio – o dei propri genitori – tra le principali concause. Ma tutto questo nessuno dei nostri politici sembra vederlo, né tanto meno lo vuole ammettere. Essi preferiscono trincerarsi dietro la retorica dei “nuovi diritti”, al punto che la relatrice di quest’ultima legge di riforma, Alessia Morani, ha potuto tranquillamente rifugiarsi in trionfalismi che sarebbero stati fuori luogo anche negli anni settanta, e dichiarare che il divorzio breve sarebbe addirittura “una conquista di civiltà”.

Certo, chi scrive non ha intenzione di difendere l’utilità dei tempi più lunghi della separazione legale, così come essi erano concepiti nella legge previgente. Contrariamente a quanto affermato da buona parte dei detrattori della riforma, infatti, la separazione legale in Italia non è mai stata concepita come un “tempo di ripensamento”, e comunque non ha mai avuto molta efficacia in tale senso, visto che da quarant’anni a questa parte le riconciliazioni coniugali sono sempre state pochissime.

Il vero punto centrale, quello che nessuno vuole affrontare, è che la separazione legale in Italia è diventata da decenni un diritto soggettivo, anche contro le intenzioni della legge. Nessuno, in sede giudiziaria, chiede più al singolo coniuge che vuole porre fine al proprio legame matrimoniale di spiegarne le ragioni, e di fornire quelle motivazioni oggettive che pure il codice civile tuttora richiederebbe. Nemmeno sono previsti percorsi di accompagnamento per le coppie in crisi, che aiuti le stesse a comprendere le vere ragioni della loro difficoltà, e le conseguenze che la loro separazione avrà.

Nessuno dice più la verità ai coniugi in crisi, riguardo all’impatto del divorzio sulle future prospettive di vita, sia loro che dei figli. L’impoverimento e la perdita di prospettive economiche che, per effetto del divorzio facile, colpirà gli stessi coniugi viene quasi sempre sottaciuto. Anzi, viene di fatto scaricato sulle spalle di colui che sta diventando sempre più il “vero” coniuge più debole, e cioè quello che dovrà lasciare la casa e pagare gli assegni di mantenimento per gli altri.

Stando così le cose, non stupisce che gli italiani si sposino sempre di meno. Il matrimonio inteso non solo come fonte di diritti individuali, ma anche di tutele e soprattutto di obblighi reciproci, verso l’altro coniuge, i figli e verso l’insieme della società, è stato deprivato di qualsiasi fondamento giuridico. La gente comune ormai se ne è accorta, e anche per questo, non solo per le incertezze indotte dalla crisi economica, sta preferendo sempre più rifugiarsi nelle convivenze informali.

Per tali motivi, piuttosto che ridurre al minimo i tempi della separazione legale, sarebbe stato assai più opportuno guardare all’esperienza di altri paesi occidentali, tutt’altro che marginali o “oscurantisti”, quali il Regno Unito. Qui sono vigenti diverse soluzioni giuridiche, quali i patti prematrimoniali, la mediazione familiare preventiva e obbligatoria per le separazioni non motivate, e la necessità di accedere a percorsi di “accompagnamento” per le coppie in crisi. In tutti questi casi si tiene conto delle vere ragioni della separazione, e delle conseguenze economiche e patrimoniali della stessa, in modo da garantire agli interessati una maggior tutela rispetto alle eventualità più devastanti. Questa sarebbe stata la strada da seguire anche in Italia, invece di rifugiarsi nella retorica dei “nuovi diritti”, che ai nostri politici piace moltissimo anche perché sembra a costo zero per le casse dello stato. Ma i veri costi sociali del divorzio facile, come si è visto, sono ben altri.

Massimiliano Fiorin

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