lunedì 27 maggio 2013

Alienazione parentale: vittoria del sì

Per essere una malattia che non esiste, fa decisamente fin troppo rumore. E anche molto male, soprattutto ai bambini. Stiamo parlando della cosiddetta Sindrome di Alienazione Parentale (PAS). Cioè, del disturbo che porta i figli dei separati, soprattutto in età preadolescenziale, a rifiutare qualsiasi rapporto con il genitore che non vive con loro, e addirittura a criminalizzarlo con accuse gravi e immotivate.
Si tratta di un fenomeno in grande crescita, che dà luogo a processi civili e penali che – indipendentemente dall’esito – risultano devastanti per tutti gli interessati.

Una sentenza di Cassazione dello scorso marzo aveva rilanciato il dibattito sulla PAS e sulla sua rilevanza giudiziaria. Il caso era sempre quello del bambino di Cittadella prelevato di peso dalla scuola lo scorso ottobre. Il filmato dell’intervento della polizia, che tanto aveva suscitato l’emozione dell’opinione pubblica, era stato eseguito da una parente del bambino che svolge una serrata battaglia contro il riconoscimento della sindrome, assieme alla madre e a un piccolo gruppo di militanti.
La Cassazione, in sostanza, aveva dato ragione a questi ultimi, sostenendo che lo stato della ricerca scientifica tuttora non consentirebbe di affermare con certezza l’esistenza di detto disturbo. Anzi, si sarebbe trattato di una tesi “deviante” rispetto alla scienza medica ufficiale, che quindi, come tale, avrebbe dovuto essere adeguatamente motivata dal consulente che la riscontrava.

La sentenza è stata appena ribaltata dalla Corte d’Appello di Brescia, a dimostrazione di quanto sia impervio e fuorviante, per i magistrati, ogni tentativo di addentrarsi nei dibattiti e nelle definizioni scientifiche, perdendo di vista i casi concreti. E’ una fortuna che sia andata così, perché si è sventato il rischio che per il futuro potesse venire pregiudicato l’utilizzo del concetto di PAS nei procedimenti giudiziari.

Vien tuttavia da chiedersi come mai, rispetto a un tema psichiatrico che a rigore dovrebbe essere riservato all’attenzione degli studiosi, in realtà si stia verificando un dibattito così aspro e serrato. Esistono veri e propri gruppi di attivisti – di solito, con le madri da una parte e i padri dall’altra – che si confrontano sul problema dell’alienazione parentale, con toni e argomenti decisamente esasperati.
La ragione pratica di tanta acredine è evidente. Una diagnosi di PAS consente di decidere, in molti casi giudiziari, sull’opportunità di allontanare un bambino dal genitore convivente, al fine di consentirgli di recuperare un adeguato rapporto affettivo e educativo con l’altro. Purtroppo, il conflitto talvolta è così virulento che i giudici si sentono indotti a ordinare che il minore venga trasferito in ambienti “protetti”, e dunque di fatto tolto a entrambi i genitori.

Inoltre, in molte situazioni, la diagnosi di PAS viene usata per decidere processi penali assai scabrosi, in quanto serve a escludere – o, al contrario, a confermare – l’ipotesi di abusi sessuali nei confronti di un proprio figlio. Accade infatti spesso che un genitore separato accusi falsamente l’altro di avere perpetrato siffatti abusi, al solo scopo di punirlo e di escluderlo del tutto dalla frequentazione della prole. La PAS porta lo stesso figlio alienato a proferire verso l’altro genitore orribili accuse, che non hanno alcun riscontro nella realtà, ma sono per l’appunto dovute al condizionamento indotto su di lui.

Un criminologo milanese, Luca Steffenoni, ha scoperto che solo una piccola percentuale delle denunce di questo tipo – che sono migliaia ogni anno, solo in Italia – si trasforma in una sentenza di colpevolezza. Il resto, a rigor di logica, è una falsità che tuttavia distrugge la vita di tutti gli interessati, provocando loro enormi danni economici, psicologici e morali.
Di conseguenza, per rimettere ordine nel dibattito, sarebbe urgente ripartire dalla realtà. Soprattutto, gli operatori del settore dovrebbero evitare di lanciarsi addosso gli uni contro gli altri studi psicologici non sempre attendibili.

E’ impossibile negare che sono un numero enorme le situazioni in cui un minore sviluppa un rifiuto parossistico e immotivato verso un genitore, accanendosi contro di lui con accuse feroci, ma prive di qualsiasi riscontro. Occorrerebbe quindi sapere riconoscere i casi critici, e trattarli con maggiore cautela, interrogandosi nel contempo sulla preparazione, ma anche sull’equilibrio dei consulenti che vengono chiamati a pronunciarsi. Infatti, molte volte sono proprio le loro perizie a apparire viziate da forti pregiudizi, che oltretutto tendono a considerare la separazione dei genitori come un fatto di per sé positivo, nell’interesse stesso dei figli.
Non è infrequente che – ancor prima degli avvocati o dei magistrati – siano gli stessi psicologi a “schierarsi”, senza cogliere le fonti stesse del problema, e forse senza nemmeno accorgersene. Non basterà dunque affidarsi alle teorie degli studiosi, per imparare a trattare in modo adeguato un fenomeno tanto orribile.

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