lunedì 17 settembre 2012

Welfare state, femminismo e divorzio

Tutto l’Occidente sembra essersi sottoposto a una debordante dittatura del materno, finanche nel suo assetto sociale e economico. Non sono pochi gli psicologi che vedono nei modelli del welfare state e della società dei consumi una incarnazione del mito ancestrale della grande madre. Lo stato, che nell’ottocento era stato paterno e paternalista, nel secolo successivo è invece divenuto una presenza materna, tutta tesa a soddisfare il più possibile i bisogni materiali dei cittadini, proteggendoli dalla culla alla bara, ma rendendoli nel contempo sempre più dipendenti dal suo potere.
Lo sconvolgimento indotto dalla rivoluzione sessuale, a partire dagli anni '60, ha certamente avuto delle ripercussioni sul nostro sviluppo economico. Pure in questo campo stiamo risentendo degli effetti della morte simbolica del padre.

Il lavoro femminile - nonostante le sue conquiste degli ultimi quarant’anni - in tutto l’Occidente sembra ancora piuttosto distante dall’eguagliare quello maschile dal punto di vista della produttività e del volume di reddito. Il pensiero femminista comunemente accettato ne attribuisce la colpa ai pregiudizi degli uomini e alle limitazioni derivanti dalla maternità, e pretende sussidi e agevolazioni – come le cosiddette “quote rosa” – per realizzare un modello ideologico di parità che finisce per mortificare le specificità di entrambi i sessi.

Ma in realtà, la crisi del rapporto tra uomini e donne nella post-modernità deriva in buona parte dal fatto che il welfare state ha provato a prendere il posto del padre di famiglia, ma sembra avere irrimediabilmente fallito.
Proviamo a guardare alle cose con questa chiave di lettura, che si basa su dati macroeconomici difficilmente contestabili: il divorzismo ha potuto affermarsi solo in quanto lo sviluppo dello stato sociale ha iniziato a promettere alle donne, dal punto di vista economico, una tutela che avrebbe potuto sostituirsi a quella tradizionalmente assicurata dal marito.

Eppure, già negli anni settanta era apparso chiaro che l’intervento del welfare non avrebbe mai potuto essere sufficiente per sostituire la produttività maschile, e nel contempo garantire la vocazione materna della donna. La nascente fabbrica dei divorzi si è quindi posta come garante del fatto che il padre spodestato sarebbe stato costretto a continuare a fornire contributi finanziari, per la prole ma soprattutto per la moglie, alla quale era stata offerta la possibilità di emanciparsi dal preteso giogo maritale.

Tuttavia non si poteva pretendere – specie nei periodi di scarsa crescita economica – che i singoli introiti maschili bastassero a mantenere entrambe le abitazioni, e i nuclei familiari, che si formano dopo una separazione coniugale. Per non parlare poi dell’infelicità e della violenza endemica che scaturiscono di per sé dalla disgregazione della famiglia tradizionale, che nel nostro "Finché la legge non vi separi" abbiamo cercato di esaminare anche negli aspetti meno conosciuti.
I dati raccolti ci sono bastati per concludere che il sistema delle separazioni e dei divorzi, essendosi posto al servizio del femminismo e di un malsano individualismo – che venera lo stato al posto della famiglia – ha prodotto e sta continuando a diffondere nella società occidentale, assieme a laceranti disagi psicologici, anche malessere economico e spreco di risorse a danno di tutti.

D’altra parte, il nuovo modello economico, che potremmo definire post-familiare, a detta dei più funziona in modo ben lontano dalla perfezione. Nonostante la relativa sicurezza di vita che ha garantito a quei cittadini che accettano di trasformarsi in produttori, che vivono sostanzialmente solo per se stessi.
Ancora oggi, nelle nostre città, nessuno ha preso il posto dei padri di famiglia spodestati, e la loro mancanza si avverte in maniera sempre più drammatica. Eppure, buona parte di coloro che orientano la nostra opinione pubblica appaiono ancora incapaci di cogliere in pieno le conseguenze di questo fenomeno. Sia quelle che si sono già verificate, sia quelle che potrebbero costituirne lo sviluppo futuro.

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