mercoledì 5 settembre 2012

Reimparare a dire no

E’ fuori discussione che i costi umani del divorzio siano molto più sanguinosi di quella prodotti dalla criminalità organizzata. E si tratta solo della punta dell’iceberg di un malessere sociale molto più radicato. La crisi dell’istituto matrimoniale sta generando depressione, malesseri, e povertà collettiva, in maniera molto più ampia di quanto il mondo del diritto e della comunicazione siano disposti a ammettere. Gli operatori di questi settori, infatti, lavorano tuttora sulla base delle coordinate culturali di quarant’anni fa. Vedono ancora, cioè, il divorzio come strumento di liberazione individuale, da contrapporre alla struttura irrimediabilmente autoritaria della famiglia patriarcale. Tant’è che, come già è avvenuto, quando capita che i delitti da divorzio siano due nello stesso giorno, e quindi il fenomeno si imponga alle cronache, l’unico abbozzo di spiegazione che i media riescono a proporre è quella della ancestrale violenza del maschio, che non riesce a tollerare le nuove libertà femminili.

Ma in realtà, il vero motivo per cui oggi tante coppie divorziano – e i più giovani non si sposano nemmeno – è perché sono incoraggiati a farlo. Il sistema li favorisce in tutti i modi. Gli avvocati sanno bene che un numero crescente di separazioni, specie tra le coppie di età più avanzata, non nasce da una vera rottura del loro legame, ma ha motivazioni patrimoniali e tributarie. Serve a godere dei vantaggi non da poco di cui godono i single, specie rispetto al fisco, alla proprietà immobiliare, o anche ai servizi sociali riservati ai cosiddetti “nuclei monoparentali”.

Si può dire che il welfare state, per come lo abbiamo praticato in Italia negli ultimi quarant’anni, sia stato un potente alleato della crisi del matrimonio. Se i trentenni italiani di oggi non si sposano, ma nemmeno fanno scoppiare una nuova contestazione, forse è perché hanno troppe gatte da pelare. I loro genitori hanno costruito per se stessi un sistema che ha lasciato sulle loro spalle un operosissimo debito pubblico, e in proiezione un ancora più spaventoso debito pensionistico. La generazione sessantottina oggi si sta godendo pensioni relativamente da favola, dopo avere accumulato risparmi, investimenti e proprietà immobiliari, che per i loro figli e nipoti rappresentano un autentico miraggio. Del resto, anche senza scomodare le statistiche, alzi la mano chi oggi ha meno di quarant'anni, e avrebbe mai potuto mettere su famiglia senza farsi aiutare dai suoi. D’altra parte, i bamboccioni sono anche la prima generazione che è diventata adulta dopo avere conosciuto il divorzio di massa dei propri genitori. Anche questo probabilmente ha giocato un ruolo decisivo, sul piano psicologico, rispetto al loro attuale marriage strike.

E allora che fare? Negli USA alcuni stati federali hanno cominciato a pensare a risposte anche sul piano giuridico, introducendo la possibilità di scegliere il covenant marriage, con il quale ci si impegna fin da prima delle nozze a non divorziare se non per cause oggettive, e dopo il ricorso alla mediazione familiare. Ipotesi ancora impensabile, in buona parte d'Europa, salvo alcune lodevoli eccezioni, come quella del Regno Unito, che è stato il primo stato europeo a prevedere la mediazione familiare obbligatoria nei divorzi senza colpa. Però, sarebbe già un bel passo avanti se almeno cominciassimo a liberarci dei luoghi comuni da anni ’70, sui quali ancora si reggono le separazioni facili e le famiglie allargate. Come quello per cui i figli minori sarebbero meno pregiudicati da un divorzio rapido “tra persone civili”, piuttosto che dal crescere assieme a genitori conflittuali, o non più innamorati.

Oggi è più facile, specialmente per una madre, convincersi che sia la propria personale felicità a essere necessaria per quella dei figli, piuttosto che il contrario. Ma è un inganno puerile. Basterebbe dunque, tante volte, che gli operatori coinvolti si informassero di più sulle dinamiche delle crisi familiari, e agli interessati ogni tanto sapessero dire la verità. E magari anche qualche no.

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