giovedì 20 settembre 2012

Covenant marriage, una battaglia di libertà.

Il 23 giugno 1997 lo Stato americano della Louisiana - poi seguito da Arizona e Arkansas - ha reintrodotto la possibilità di stipulare un matrimonio dal quale non si può divorziare. Quanto meno, non sulla base della semplice volontà in tal senso di uno o di entrambi i coniugi.
Questa è la definizione del nuovo modello di unione nuziale: “Un covenant marriage è un matrimonio tra un uomo e una donna che consapevolmente si accordano affinché l’unione fra di loro sia un rapporto per tutta la vita. Le parti di un covenant marriage devono avere ricevuto istruzioni che abbiano dato risalto alla natura e agli scopi del matrimonio e alle relative responsabilità. Soltanto quando sia avvenuta una frattura completa e totale dell’impegno coniugale assunto, la parte non colpevole potrà domandare che il matrimonio non sia più legalmente riconosciuto.”.

Per contrarre un matrimonio di questo tipo, gli sposi devono attestare di avere ricevuto le predette “istruzioni” da parte di un ministro di culto o da un ufficiale di stato civile, che tra l’altro sono tenuti a informarli sull’obbligo di cercare “marital counseling” – cioè mediazione familiare – nelle situazioni di crisi, nonché del fatto che per il resto della loro vita potranno divorziare civilmente soltanto in situazioni di grave colpa.
Una volta stipulato questo “matrimonio alleanza” (traduzione pedissequa del termine covenant marriage), i coniugi potranno divorziare legalmente soltanto in casi gravi e tassativamente fissati, che vanno dall’adulterio alla violenza, e comprendono anche il caso della separazione “from bed and board” per un certo periodo di tempo, cioè di fatto la separazione legale così come la conosciamo in Italia. ma laddove nessuno possa provare la colpa dell'altro, rimarrà necessario il ricorso a un lungo periodo di mediazione familiare preventiva.

Come si è arrivati a questa innovazione? La storia americana ha dimostrato che, da quando il no-fault divorce (divorzio senza colpa) venne introdotto nel 1970 nella California governata da Ronald Reagan, i vincoli legislativi o giudiziari rispetto alla possibilità di sciogliere il matrimonio si erano fatti progressivamente più tenui in tutti gli ordinamenti federali. Col passare degli anni - e talvolta nel giro di pochi mesi - si era approdati al semplice divorzio consensuale, e poi di fatto alla possibilità di recedere unilateralmente dal matrimonio, senza più nemmeno bisogno del consenso dell’altro coniuge.
Nel contempo, i cosiddetti “waiting periods”, cioè i periodi di separazione legale che dovevano precedere lo scioglimento del vincolo si erano fatti sempre più brevi nella maggior parte dei singoli stati federali, in piena coerenza con il venir meno della necessità di provare l’irreparabilità della separazione.

In poche parole, anche negli Stati Uniti era progressivamente venuta meno l’idea del “divorzio come rimedio” al quale si può ricorrere solo come soluzione estrema di una crisi coniugale, per approdare all’idea del divorzio come libero recesso da un contratto. “Quando è stato introdotto il divorzio senza colpa” – ha sostenuto l’associazione Americans for Divorce Reform – “nessuno aveva idea di cosa questo avrebbe comportato. Ma ora, sia i liberal che i conservatori, sia i politici di ispirazione cristiana che i fautori di ideologie comunitarie, si stanno accorgendo di avere commesso un enorme errore. Il passaggio da un divorzio basato al 100% sulla prova della colpevolezza di uno o entrambi i coniugi a un matrimonio unilateralmente risolvibile è stato un esperimento fallito. Ha portato la società a una concezione della famiglia interamente nuova e non sostenibile sul lungo periodo. Le persone comuni non possono affrontare un simile modello, e la società nel suo insieme nemmeno”.

Secondo questa analisi, “l’introduzione del no-fault divorce negli Stati Uniti ha raddoppiato in breve tempo un’incidenza già piuttosto alta di divorzi… Le vittime del fenomeno e i loro stessi avvocati hanno dovuto ammettere che il modello del divorzio senza colpa ha portato a un’esplosione di conflittualità per la custodia dei figli. Battaglie che nessuno vince, e che paradossalmente hanno portato nei procedimenti di divorzio più questioni sulla colpa dei coniugi di quante ce ne fossero mai state in precedenza. I costi giudiziari delle liti sono andati fuori controllo, e le persone comuni spesso finiscono per non potersi più nemmeno permettere gli avvocati, una volta che si accorgono che il divorzio ha distrutto il patrimonio di entrambi”.

In questo contesto così dranmmatico, dunque, qualche stato americano ha per lo meno tentato l’esperimento del covenant marriage, teso a restituire un minimo di solidità all’istituto matrimoniale.
In esso, vi è una impostazione di principio che potrebbe risultare valida anche nel nostro Paese, così come nel resto d’Europa. Il valore di fondo che ispira il covenant marriage è infatti la libertà individuale. In definitiva, si tratta semplicemente di considerare il matrimonio come un patto tra due persone adulte e responsabili, che decidono di disporre della loro libertà nella reciproca relazione, piuttosto che aderire a uno standard di diritti e obblighi già fissato dalla legge.

Proprio questo a nostro avviso è l’uovo di Colombo che, se accolto dalla legge, potrebbe consentire di arginare le devastanti conseguenze dell’operato della fabbrica dei divorzi. Laddove ai coniugi venga data la possibilità di scegliere tra un matrimonio liberamente risolvibile, e uno mediante il quale hanno disposto della propria libertà in maniera irrevocabile, unendosi in matrimonio “finché morte non li separi”, allora non si vede per quale motivo la legge non dovrebbe tutelare il reciproco impegno delle coppie che hanno preferito la seconda opzione, ponendo dei limiti solo per esse alla possibilità di divorziare.
Nel caso contrario che i coniugi stessi abbiano posto delle riserve, e stipulato un contratto nuziale che prevedeva già all’origine la possibilità di un futuro recesso, allora è altrettanto coerente con un criterio di libertà che lo Stato garantisca loro la possibilità di divorziare, ponendo dei limiti soltanto a tutela dei terzi, e in primo luogo dei figli.

Anche il regime concordatario potrebbe, a ben vedere, trarre giovamento dall’introduzione di un regime matrimoniale pluralista. Infatti, se da una parte i coniugi che optano per un matrimonio “non obbligatorio” potrebbero vederselo annullato dai Tribunali ecclesiastici, è anche vero che basterebbe un’intesa tra Stato e Chiesa per cui i matrimoni cattolici possano venire trascritti solo secondo il modello covenant. Una simile soluzione favorirebbe anche un atteggiamento più responsabile da parte di coloro che si accostano al matrimonio sacramentale per ragioni di tradizione, senza essere convinti della sua indissolubilità.

Del resto, persino ai tempi del dibattito sull’introduzione della legge Fortuna-Baslini, nel 1970, ci sono stati grandi giuristi che avevano intuito le distorsioni alle quali avrebbe portato il divorzio civile rispetto ai matrimoni canonici, che dal canto loro avrebbero dovuto essere indissolubili: “l’offerta ai cittadini di due forme matrimoniali, indissolubile l’una e risolubile per divorzio l’altra, sarebbe, da parte dell’ordinamento, la soluzione più rispettosa dell’autonomia dei privati, della libertà che i singoli intendono esercitare mediante il contratto e della misura dell’impegno, definitivo o provvisorio, che essi vogliono assumere”. Queste parole sono state scritte proprio nel 1970 da Pietro Rescigno, che certamente fu uno dei maggiori esperti di diritto civile del suo tempo.

Il dibattito è stato subito lasciato cadere, soffocato dal progressivo instaurarsi della fabbrica dei divorzi di massa, ma è stato ripreso nel 2001 da un insigne canonista, Amedeo de Fuenmayor, che nella sua opera “Ripensare il divorzio” (Ares) ha ripreso la proposta di un doppio regime matrimoniale.
In definitiva, il covenant marriage potrebbe costituire una proposta valida per l’Italia e l’Europa proprio perché rappresenta un giusto mix tra le esigenze della libertà individuale e quelle della rilevanza pubblica del contratto matrimoniale, dal quale continua pur sempre a nascere una famiglia che deve educare dei figli.




1 commento:

  1. Grazie, Massimiliano, l'articolo è molto bello e molto chiaro. Sono pronto a darti una mano per qualsiasi iniziativa tu voglia intrapendere in questa direzione.
    Un caro saluto
    Andrea Nepoti Goitan

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